CaraCult Associazione culturale

“Enrichissons-nous de nos différences mutuelles

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze (Paul Valéry)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Caracult - Associazione culturale

per gli studi Interdisciplinari e Sinestetici

 

 

 

INTERVISTE AI SOSTENITORI DI CARACULT

Cultura e solidarietà

 

25 giugno 2010 La nuova intervista al nostro sostenitore

IMPIANTI A GAS: Una risposta ecologica!

Ne parliamo con Franco Govoni

di N. G. C. - Caracult

 

 

Bambi "mascotte" della Baldi e Govoni,

per gentile concessione dell'azienda

(D) NADIA GAGLIARDI COJA: Da oltre 40 anni la vostra azienda segue l’evoluzione dell’elettronica dell’automobile e si è man mano specializzata negli impianti di ultima generazione GPL e Metano, quindi alimentati con carburanti eco-compatibili.

(R) FRANCO GOVONI: Sì, siamo sul mercato dal 1967 e dal 1994 ci siamo specializzati nell’alimentazione alternativa per auto GPL/Metano. Il nostro lavoro, in tanti anni di attività, è sempre stato quello dell’alimentazione, dal carburatore alle prime iniezioni elettroniche. Negli ultimi anni, però, ci siamo dovuti adeguare ai tempi in quanto è stata superata la tradizionale figura dell’auto-riparatore. Nella nostra azienda io sono responsabile dell’alimentazione, mio figlio Andrea della meccanica, l’altro mio figlio Michele dell’elettronica.

D: Dalla nostra ultima intervista avvenuta nel 2007 cos’è cambiato in tema di economia e di ecologia nel settore automobilistico? La situazione economicamente critica del mercato ha in questi ultimi anni condizionato l’orientamento dell’utenza verso scelte di tipo ecologico? e in che modo?

R: Il mondo dell’automobile attraversa da tempo un periodo di forti tensioni e trasformazioni. Da una parte l’esigenza comune di ridurre l’inquinamento attraverso l’utilizzo dei carburanti eco-compatibili, dall’altra le risorse economiche disponibili sempre più esigue che penalizzano l’acquisto o la trasformazione delle automobili a benzina; d’altro canto l’acquisto di una nuova automobile comporta una spesa onerosa. Nelle grandi città l’inquinamento provocato dalle emissioni dei veicoli a motore, troppo frequentemente supera i limiti fissati dall’Unione Europea ed obbliga gli amministratori locali a prendere decisioni che limitano la mobilità dei cittadini. La nostra azienda da tempo si dedica, attraverso la ricerca e l’esperienza di anni di lavoro e di presenza sul mercato dell’autotrazione, a sostenere l’alimentazione alternativa; soluzione che, producendo una diminuzione sensibile delle emissioni di ossido di carbonio, responsabili dell’effetto serra, dell’ossido di azoto e del particolato, favorisce un miglioramento generale della qualità dell’aria e quindi della vita.

D: Dalla realizzazione del primo AG Point in Italia, azienda olandese specializzata negli impianti di trasformazione e attraverso i quali siete stati precursori, proponendo l’introduzione degli allora innovativi impianti sequenziali, fino ad arrivare all’ampia  gamma di prodotti di cui siete oggi rappresentanti ed  esclusivisti, è stata per voi una scelta commerciale, tecnica o ecologica?

R: Per noi è stata innanzitutto una scelta tecnica ed ecologica al fine di ottenere risultati significativi, a vantaggio dell’ecologia, nell’utilizzo dei carburanti  gpl e metano in tema di emissioni allo scarico. Abbiamo guardato a quei paesi più evoluti in materia di energia alternativa come esempi da emulare positivamente.

D: Da cosa nascono la grande attenzione e la forte sensibilità alle tematiche dell'energia alternativa, dell'ecologia e della tutela dell'ambiente, per voi da sempre prioritarie?

R: Da sempre per noi la motivazione “ecologica” è autentica e prioritaria, mentre in molti ambiti lontani da noi, si sono purtroppo perseguiti, in questi ultimi due anni, scopi di carattere unicamente commerciale e finanziario. Se anche il minimo degli sforzi fosse stato finalizzato all’obiettivo primario ed originario, oggi, ma anche nel futuro, avremmo potuto godere di risultati  considerevoli e significativi in termini di rispetto ambientale e anche di vantaggi economici e finanziari, che avrebbero posto al centro la salute  e il benessere del cittadino e delle famiglie,  la salvaguardia dell’occupazione, il rispetto per la vita, per l’ambiente e per tutti gli esseri viventi. Non basta la convinzione di una scelta in termini di carburanti eco-compatibili, l’obiettivo da perseguire è l’ottimizzazione del risultato finale, affidata all’interazione di più fattori inerenti l’installazione di impianti ad alimentazione alternativa, dalla tecnologia altamente  innovativa e il cui funzionamento ottimale, possa rappresentare la risposta ecologica, la vera garanzia di risparmio, di corretta funzionalità, di sicurezza e durata nel tempo.

D: Ecologia, risparmio, Affidabilità: oggi questi tre aspetti  assumono un’importanza ed un significato diversi rispetto al passato?

R: Restano i tre punti salienti della nostra filosofia e della nostra attività ma certamente oggi acquisiscono un’importanza ancor più rilevante grazie ai molteplici vantaggi immediatamente evidenti che essi rappresentano relativi all’alimentazione alternativa  e che da soli basterebbero a rendere facile la scelta: Ecologia: un impatto ambientale meno traumatico, meno emissioni nocive, più rispetto per la terra, per gli esseri viventi che la popolano, per la vita. Risparmio: Il costo della mobilità continua a crescere, l’aumento del prezzo del petrolio sui mercati internazionali sembra non avere limiti ed il conseguente livello dei prezzi della benzina e del gasolio sta diventando incontrollabile  pesando sempre di più sui bilanci delle famiglie; il minor costo del Gpl e Metano rispetto a quello della benzina, unitamente agli incentivi pubblici, fino a ieri erogati, costituisce un vantaggio economico significativo, ed è in questo scenario che la garanzia di risparmio, con consistente abbattimento dei costi di gestione e ottimizzazione delle risorse economiche, assume un ruolo determinante unito all’auspicabile  possibilità di poter continuare a usufruire degli eco-incentivi. Affidabilità: Con l’evoluzione tecnologica, gli impianti a gas e a metano offrono da tempo prestazioni valide quanto quelle dei carburanti tradizionali utilizzando prodotti e componenti idonei.

D: L’alimentazione alternativa oggi e’ una realtà ed è diventata un’esigenza anche per le case costruttrici automobilistiche  che con le soluzioni “di primo impianto” hanno  dovuto rivedere e ripensare il concetto di produzione, le modalità e i criteri legati ai cicli  produttivi; Com’è cambiato il vostro lavoro alla luce dei nuovi cambiamenti del mercato?

R: è ormai appurato che l’installazione dell’impianto a Gpl e Metano sui veicoli a motore è un’opzione estremamente valida e sostenibile per diminuire l’inquinamento ambientale e per far risparmiare i cittadini. Con l’introduzione della benzina verde nacque la nostra esigenza di capire meglio la conoscenza tecnica dei combustibili e le loro caratteristiche, acquisendo, in tal modo, maggiori informazioni e mettendo a confronto i parametri di emissione del Gpl e del metano con quelli della benzina verde e del diesel. Il Gpl e il metano sono considerati carburanti eco-compatibili e cioè con ridotte emissioni di sostanze inquinanti come: monossido di carbonio, idrocarburi incombusti, biossido di zolfo, particolato, composti organici volatili e sostanze ritenute cancerogene e pericolose come benzene e IPA (Idrocarburi Policiclici Aromatici). Inoltre nel Gpl e nel Metano non è presente il piombo e quasi completamente assente lo zolfo. Una particolare attenzione merita il particolato, con il suo alto livello delle famigerate polveri sottili passate da PM10 alle attuali nanopolveri PM 1.2 (che portano, in modo sempre più ricorrente, alla limitazione del traffico urbano) e che nel Gpl e nel Metano sono praticamente assenti. Parlare di ecologia è sempre stato scomodo e chi lo ha fatto era consapevole di scontrarsi con gli interessi finanziari e commerciali dell’intero mondo economico. Oggi per nostra fortuna questo è vero un po’ meno di ieri. è prevedibile che cambieranno completamente le strategie elettroniche e motoristiche con l’introduzione di motori a basso inquinamento e l’utilizzo di carburanti considerati ecologicamente alternativi. Se affrontiamo il tema dell’inquinamento non possiamo parlare solo di auto ma dobbiamo parlare anche di emissioni degli impianti di riscaldamento, di costruzione delle strade, di produzione dei pneumatici, anche se effettivamente l’utilizzo del diesel è quello che produce più polveri sottili in assoluto. Poco tempo fa  parlavamo di emissioni di polveri PM 10, oggi, come già accennato, abbiamo anche emissioni di PM 1.2 (dette nanopolveri) che sono quindi molto più sottili e riescono a penetrare all’interno delle vie respiratorie.

D: Per la vostra realtà, l’informazione e la consulenza sono sempre stati due elementi di grandissima importanza, continuano a rappresentare due punti forti della vostra offerta?

R: La fidelizzazione dei nostri clienti e la fiducia che ci mostrano quotidianamente sono valori che ci siamo conquistati negli anni sul campo. Quindi, oggi più che mai siamo coscienti che occorra dare risposte chiare e esaurienti ma soprattutto fornire soluzioni  alle diverse esigenze e risoluzioni definitive ai molteplici problemi tecnici segnalati degli utenti che hanno necessità di capire, di essere  consigliati e guidati, in merito alle tematiche dell’inquinamento e dell’uso di carburanti  eco-compatibili, dell’installazione di nuovi impianti, della sostituzione dei vecchi impianti, con relativa rottamazione, dell’assistenza, della manutenzione. Ma ciò non basta bisogna andare oltre ed affrontare l’aspetto della qualità dei prodotti, della qualità degli stessi combustibili (che sovente crea problemi più di quanto si possa immaginare), dell’assistenza, dei servizi offerti e disponibili sul mercato. Bisogna avere il coraggio di chiedersi: “Cosa, quanto e come bruciamo, in termini di energia  durante la trasformazione del carburante, con la nostra auto?”;  la risposta va ricercata nell’ambito tecnologico dell’impianto, nel  suo “comportamento motoristico”, ossia a livello di ottimizzazione, efficienza e del  buon esito del suo funzionamento.

D: Le attività di trasporto, ormai è un dato certo, costituiscono una delle principali cause d’inquinamento ambientale e relativo cambiamento climatico; l’Unione Europea, affiancata dai suoi partner internazionali, si occupa da tempo del problema. A suo parere, quanto dipenderà anche dalla sensibilità, dalle scelte dei cittadini e dal comportamento più consapevole di ciascuno di noi? È sufficiente un’adeguata informazione?

R: Nell’ambito di un contesto operativo quale il nostro, cerchiamo di esercitare un’azione di comunicazione e di informazione. Abbiamo realizzato, già da anni, un sito internet sempre più articolato ed integrato, con l’intento di fornire, nel modo più semplice e diretto, informazioni relative alle diverse tipologie di trasformazione. Forti dell’esperienza acquisita, della passione e dell’amore per il nostro lavoro siamo stati premiati dall’interesse e dall’attenzione della clientela; in molti ci hanno contattato e si sono affidati ai nostri consigli, ritenendoli seri ed attendibili. Gli incentivi statali sono stati un buon mezzo per attirare l’attenzione e pur avendo come finalità l’ottenimento del contributo economico, hanno, al contempo, esercitato di riflesso un’azione informativa e di comunicazione di notevole diffusione ed impatto. Ultimamente però la situazione è  significativamente e improvvisamente cambiata a causa dei nuovi criteri di applicazione dell’incentivazione statale rivolta a favorire più ampiamente le produzioni cosiddette di primo impianto, che comunque non sempre di fatto sono tali, e in ogni caso restano sempre legate alle grandi case costruttrici; una politica commerciale non propriamente corretta ha  determinato varie iniquità e  significative disparità nell’assegnazione e nella gestione degli incentivi a scapito degli artigiani e dei piccoli imprenditori, fino ad arrivare al blocco totale degli incentivi destinati alle trasformazioni  per l’anno 2010.Un Paese come il nostro che ha investito per anni nei carburanti alternativi non può permettersi di interrompere questa politica e bloccare l’unica alternativa possibile per ridurre gli agenti inquinanti e le emissioni provocate dalle auto, mettendo in tal modo a serio rischio di chiusura le numerose attività commerciali ed artigianali dell’indotto. A tale proposito sarebbe utile seguire l’esempio di alcune amministrazioni regionali che hanno ottenuto risultati significativi stanziando localmente fondi economici, attraverso varie forme. Tuttavia l’informazione resta per noi  fondamentale ed è l’unico modo per sensibilizzare l’opinione pubblica.

D: Si parla di sostanze inquinanti e a tale proposito l’Organizzazione Mondiale della Sanità riferisce di un problema, molto serio, relativo all’inquinamento atmosferico in Italia: lo smog causa migliaia di decessi all’anno e sono, soprattutto, le cosiddette “polveri sottili”, emesse dalle auto diesel, ad essere sotto accusa, tra le città con maggiori tassi inquinanti compare anche Bologna. Le polveri sottili, dal piccolo diametro, sono responsabili di gravi malattie dell’apparato respiratorio; polveri da combustione che possono arrivare fino alle vie respiratorie più profonde, trascinandosi dietro sostanze altamente tossiche e spesso cancerogene. La nostra salute è dunque gravemente a rischio. Se l’unica alternativa per il nostro futuro è l’energia pulita, le automobili ecologiche ed eco-compatibili e gli eco-combustibili, ciò significa che, accelerando questa svolta, potremmo avere prospettive più rassicuranti per la nostra salute e per l’ambiente…

R: Il fatto che Bologna sia un nodo strategico rispetto all’intera rete stradale ed autostradale nazionale ha certamente un suo peso in quanto ciò determina una elevatissima concentrazione di automobili rispetto ad altre zone della nostra penisola e quindi d’inquinamento. Rendere il traffico più agibile, attraverso l’ampliamento delle corsie autostradali e della tangenziale, può rappresentare certamente un fattore positivo, considerando l’alto inquinamento prodotto dalle vetture in coda o ferme a causa d’ingorghi, tuttavia non è sufficiente. La trasformazione dell’alimentazione resta in ogni caso l’unica strada percorribile anche se, per il cliente, l’ordine di priorità delle motivazioni che hanno determinato tale scelta è il seguente: con l’impianto a gas posso circolare sempre; risparmiare; e se poi inquino meno è anche meglio.Tuttavia è già importante prendere atto dell’esigenza del cambiamento, sia pure con priorità diverse da quelle che in realtà dovrebbero essere. E’ un processo lento ma è comunque importante che abbia avuto inizio. Presupposto prioritario per la sensibilizzazione resta l’informazione, diretta, corretta, precisa, capillare, programmata con ampia diffusione dalle autorità preposte, attraverso gli organi d’informazione specializzati e le reti operative competenti. Serve più che mai la competenza degli esperti del settore, i quali dovrebbero avere il coraggio di affermare con limpidezza e obiettività la giusta strada da seguire, anche andando contro gli orientamenti e gli interessi economici. L’importante è che il cittadino sia informato e sappia come stanno le cose in modo da poter fare liberamente le sue scelte, scelte finalmente consapevoli, sulla propria vita, sul proprio futuro. E’ la cattiva informazione o l’informazione non corretta, contraddittoria e ancor peggio quella alterata che crea disorientamento e sfiducia nei cittadini. Occorre esigere maggiore trasparenza circa le soluzioni più giuste da adottare, anche in merito ad alimentazioni alternative come idrogeno, idrometano, ibrido, elettrico, che potrebbero rappresentare le soluzioni innovative per il nostro futuro.

D: Le grandi case automobilistiche oggi  hanno  l’obbligo di attenersi a parametri prestabiliti relativamente alle emissioni del CO2 e questo rappresenta una vera e propria pietra miliare nella strategia dell’UE, volta a ridurre ed arginare l’emissione di queste sostanze. Qualche risultato è già stato  prodotto  ma gli obiettivi restano ambiziosi. Le nuove tecnologie vengono già applicate al ciclo di produzione delle case automobilistiche e le industrie produttrici degli impianti a biocombustione, per poter offrire al pubblico la possibilità di acquistare direttamente presso i concessionari veicoli nuovi già alimentati con energia alternativa pulita, si stanno alleando con le stesse case per garantire  l’assistenza post-vendita e la necessaria formazione tecnica alla rete dei rivenditori, quindi una strategia industriale e commerciale che coinvolge sia i produttori di veicoli che i produttori  di impianti e che presuppone grande disponibilità a confrontarsi e collaborare. Esistono oggi importanti sinergie legate ai grandi nomi dell’industria  dell’automobile, crede possibile la diffusione di queste strategie sinergiche anche a livelli territorialmente più localizzati e capillari al fine di recuperare preziose risorse e professionalità con il coinvolgimento di tutti  gli operatori del settore, anche a livello di piccoli installatori o piccoli imprenditori, mettendoli  in grado di raccogliere le nuove sfide del mercato e della tecnologia? Crede sia ancora possibile investire su formazione ed aggiornamento? Affrontare con dinamismo imprenditoriale ed innovazione tecnologica questa nuova realtà? Come vede  il  futuro del trasporto in Italia e in Europa? e lo sviluppo del traffico commerciale e del traffico pesante nel nostro paese e a livello europeo?

R: Effettivamente è nella fase di produzione che bisogna intervenire. Ci si sta adeguando e le case costruttrici di impianti hanno fatto passi da gigante in questa direzione; sono stati investiti grandi capitali per seguire le innovazioni dell’elettronica e sono stati già raggiunti ottimi livelli. L’avvento dell’Euro 5 ha rappresentato, senz’altro, il presupposto determinante per questa problematica. Più sarà accelerata l’introduzione dell’Euro 6 e prima arriveremo alle soluzioni alternative, attivate dalle stesse case di costruzione, attraverso impianti a GPL, a Metano, a Idrogeno, già previsti nella fase di produzione. Si tratterà quindi di un’evoluzione vera e propria. I progetti di trasformazione oramai sono molto più veloci e ravvicinati in quanto le esigenze cambiano più velocemente. Gli stessi processi di affermazione di E4, E5, E6 sono stati accelerati proprio allo scopo di arrivare, prima possibile, al minor inquinamento delle auto. Resterà il problema di riposizionare sul mercato quelle vetture non perfettamente in linea con le normative ecologiche ed ambientali che probabilmente non potranno essere rottamate che dovranno trovare, invece, canali commerciali alternativi di ricollocazione. Nell’ambito di quattro o cinque anni avremo una vera e propria rivoluzione sotto questo aspetto. I Sistemi da noi usati per le trasformazioni sono prodotti altamente innovativi e all’avanguardia  prodotti da case  multinazionali estere che stanno già lavorando sul dopo Euro 6. Si tratta di aziende affermate a livello mondiale, esperte di produzione di iniettori ed impianti di alimentazione GPL e Metano, che hanno, a loro volta, acquisito le aziende leader in questo settore, a livello mondiale,  per poter offrire al mercato europeo un prodotto di trasformazione di primo impianto ed un prodotto per l’ “after market”, vale a dire per auto da trasformare successivamente a bifuel. Pertanto queste aziende si stanno già rivolgendo direttamente alle grandi case automobilistiche, affinché le auto escano dalla produzione già dotate di impianti ad alimentazione alternativa. Oggi a differenza del passato quasi tutte le aziende automobilistiche stanno intraprendendo questa strada, commercializzando un prodotto già a doppia alimentazione, ma nella maggior parte dei casi occorre ribadire che  oggi non   si tratta ancora di un prodotto realmente di primo impianto, cioè integrato nella catena di montaggio, ma di un prodotto di fase due, vale a dire installato successivamente alla produzione della vettura. Oggi i grandi gruppi si stanno avvicinando, in qualche modo, al concetto della fornitura di un prodotto ecologico completo, ma sono ancora pochissime le realtà industriali che montano un vero prodotto di primo impianto originale, quindi non trasformato; nella maggior parte dei casi le componenti restano ancora scoordinate tra loro, vale a dire che l’impianto continua ad essere  fornito alla casa di produzione successivamente al ciclo  produttivo della vettura stessa e necessita conseguentemente dell’intervento di un installatore in grado di trasformare il veicolo edi una adeguata, capillare  e qualificata assistenza post vendita; siamo quindi  ancora lontani dalla fornitura di un prodotto totalmente di primo impianto, gestito da un’unica centralina con controllo elettronico sui due carburanti – EOBD (European Board Diagnostic) - che sta ad indicare un sistema diagnostico di bordo per il controllo delle emissioni, secondo quanto stabilito dalle direttive europee.  Pur tuttavia se parliamo di auto ecologiche il nostro paese sarà tra quelli più avanzati, anche se si renderà necessario che le nostre realtà di produzione di impianti più significative, piuttosto che farsi concorrenza, capiscano l’esigenza di una partnership, attraverso la quale poter proporre un prodotto di primo impianto ad alta tecnologia, competitivo anche a livello europeo. Se ciò non avvenisse saranno le grandi società internazionali, a prendere il nostro mercato, offrendo un prodotto completo e competitivo. Bisognerebbe essere un pò più lungimiranti e porsi in prospettiva per immaginare il futuro, con una maggiore attenzione agli ipotizzabili sviluppi degli scenari del mercato nazionale ed internazionale, sulla base delle nuove esigenze che si vanno, via via affermando. Come abbiamo creduto nei prodotti innovativi che abbiamo “scoperto” e rappresentato in esclusiva fin dal 2000, così oggi crediamo che occorra proseguire nella direzione dell’innovazione, dell’aggiornamento continuo, delle nuove prospettive tecnologiche. Allo stesso tempo stiamo già valutando e studiando possibilità di soluzioni legate all’alimentazione alternativa applicate ai veicoli  commerciali e ai mezzi pesanti, opportunità che potrebbero rappresentare davvero una straordinaria apertura del mercato e cambiare totalmente gli  scenari per il trasporto pesante sia a livello nazionale che europeo. A tal proposito ci teniamo a rivendicare il nostro ruolo di precursori in Italia, a livello informativo e divulgativo, in merito ai processi di trasformazione dei mezzi pesanti con applicazione del sistema dual fuel metano (due carburanti, diesel e metano, che bruciano contemporaneamente) per propulsori diesel, purtroppo al momento, non ancora regolamentati nel nostro paese. Tema, quest’ultimo, di grande rilevanza che sarà affrontato in occasione della prossima Fiera Internazionale dei veicoli a gas naturale (NGV) che avrà luogo a Roma dal 8 al 10 Giugno 2010 e che tratterà, tra l’altro, proprio delle applicazioni del gas naturale ai mezzi pesanti.     

D: Dopo quarant’anni di attività e di presenza sul mercato quali sono gli scenari  ipotizzabili per il futuro della vostra attività?

R: Sono fermamente convinto che occorra dinamicità e flessibilità se si vuole sopravvivere ed evolvere allo stesso tempo; del resto in altre nazioni, questa è già realtà da decenni; qui in Italia invece gli artigiani e i piccoli imprenditori sono in grande difficoltà perché rimasti legati al loro contesto originario, taluni sono stati costretti alla chiusura definitiva, senza possibilità di sopravvivenza, trasformazione o di adattamento al nuovo  mercato e ai nuovi parametri, privi quindi di qualunque prospettiva e supporto per il futuro. Anche se, ovviamente, il nostro è stato un progetto molto impegnativo che ha richiesto grandi sacrifici, sia in termini di risorse umane che in termini economici, possiamo senz’altro affermare che questi valevano comunque la pena di essere fatti per la soddisfazione  personale e la passione che anima  il nostro lavoro. Del resto con Internet, attraverso i blog ed i network, in cui siamo presenti ed attivi, il consumatore è più informato e chiede di essere messo al corrente, di capire; questo è il nostro modo d'informare ed operare: dare, attraverso l’esperienza, una valenza diversa ai nostri servizi, mettendoci a disposizione affinché il cliente superi ogni incertezza ed ogni dubbio ed individui la soluzione giusta alle sue esigenze reali. A noi piace questo tipo di rapporto con la clientela, basato sulla fiducia che, al di là degli interessi e degli aspetti economici, ci fa sentire utili e ci fa crescere come azienda e come persone, nella piena fiducia e stima dei nostri clienti.

www.baldiegovoni.it

INTERVISTA COMPLETA in FACE BOOK

Note di Fuorivista Redazione

 

 

 

DIVE E CELEBRITà dell'inizio '900 a BOLOGNA

Intervista di Nadia Gagliardi Coja a LUIGI PASQUINI

 

N. G. La storia della vostra azienda familiare, attraverso la passione per l’arte fotografica, la ricerca e lo studio in campo ottico, coincide e s'identifica nel corso degli anni con la cultura, il costume, la storia della città di Bologna: quanto questo legame intrinseco con il territorio ed il tessuto sociale ha condizionato la vostra attività professionale e commerciale rendendola espressione culturale autentica, peculiare, della  cosiddetta “bolognesità” ?

 

L. P. Credo che tutto si basi sul legame della nostra azienda, delle persone che l’hanno rappresentata in questi anni e la rappresentano tuttora con la città: da mio nonno a mio padre ed infine io; noi abbiamo ancora il vecchio concetto, che conserviamo, di un rapporto di fiducia con i nostri clienti; moltissimi di loro  si servono da noi perché ci conoscono, perché sanno che quando proponiamo un prodotto  lo suggeriamo non per convenienza economica ma perché riteniamo che sia il prodotto più giusto per loro e rispondente  alle loro esigenze; non abbiamo  bisogno di dare grandi spiegazioni ai nostri clienti, quando li consigliamo, sanno che lo facciamo per convinzione e cognizione di causa. Io non ho mai creduto - e lo posso dire con certezza dopo anni di professione - che l’interesse economico debba essere la principale motivazione delle attività commerciali favorendo la convenienza, la redditività e il profitto economico dell’esercente a scapito della qualità;  i nostri clienti sono tali da 40 anni e continuano a venire  per la fiducia che nutrono nei nostri confronti, fiducia che  per noi è un valore prezioso  fondamentale, irrinunciabile. Logicamente il nostro lavoro produce  anche una redditività ma questa non è la nostra principale motivazione. Nella mia vita professionale ci sono stati momenti in cui probabilmente fare altre scelte avrebbe pagato di più ma non le ho fatte perché ciò che mi interessava maggiormente era questo mio rapporto con la clientela.

Del resto un’azienda non arriva a cent’anni di vita se non ci  sono dietro dei valori veri e dei sentimenti autentici che  la legano alla città  e ai suoi cittadini in un rapporto di stima e di fiducia profonda. 

 

 

N. G. “Cento anni di Indipendenza”: un libro che attraverso la storia delle tre generazioni della Famiglia Pasquini, ripercorre e al contempo  celebra gli avvenimenti, le mode, gli aneddoti, le riflessioni di cento anni di attività professionale, di cento anni di vita bolognese, dei suoi protagonisti, osservata e vissuta da un un “punto di vista” strategico, centrale, simbolico, privilegiato, quello di Via Indipendenza “Il centro del mondo” così come da lei definito nel suo piacevolissimo libro; ci racconti di questa esperienza.

 

L. P. è andata così: festeggiavamo il centenario 1907/2007 e mi sono posto una domanda: "Come si può festeggiare un centenario?" Le cose che mi sono venute in mente, sempre tenendo conto dell’importanza del legame con la città, sono state di raccontare che cosa c’é dietro un’azienda. La famiglia legata all’azienda  e l’azienda legata alla  città e questo legame ho voluto esprimerlo con il libro che, mi piace sottolineare, anche se è in ordine cronologico in base all’evolversi dei fatti e degli avvenimenti raccontati, non è stato scritto in ordine cronologico ma  in momenti diversi; momenti  durante i quali, attraverso  un ricordo, una sensazione, un’emozione legati ad un avvenimento,  ad un aneddoto, o ad un personaggio, scrivevo dando l’indicazione di una data per  contestualizzare il fatto nel periodo giusto; in questo modo, mettendo tutti i vari episodi  in fila,  è nato il libro. Il progetto non nasce all’improvviso,  l’idea del libro c’era già  da tempo e non essendo un libro inventato o di fantasia, è nato un po’ alla volta attraverso queste ricostruzioni del passato in cui,  leggendo un articolo sul giornale, mi  veniva in mente un personaggio che era passato dal negozio oppure, vedendo un film  mi ricordavo di  un episodio accaduto; fatti ed eventi che evocavano in me un particolare, un ricordo, un dettaglio, una curiosità e che riportavano alla mente esperienze, emozioni e sentimenti vissuti.

Del resto molto del libro racconta della figura di mio nonno, soprattutto all’inizio della sua attività che, attraverso il suo lavoro e la sua esperienza di fotografo de “Il Resto del Carlino”, fu molto legato alla storia della città  e dei suoi personaggi, tanti dei quali sono stati ricordati e raccontati nel libro.

Dopo averlo scritto e  mandato in stampa ho organizzato la mostra del centenario, ma se avessi fatto il contrario forse avrei avuto altre storie da raccontare perché nell’organizzare e realizzare la mostra, andando negli archivi in cerca di fotografie, ho trovato altro materiale interessante legato a nuove storie  e personaggi che avrebbero certamente arricchito ulteriormente il libro; sono tuttavia soddisfatto  perché  il libro è comunque un quadro completo  di questi cento anni di vita della nostra attività e della nostra città.

 

N. G. Lo scorso anno, in occasione appunto del centenario della vostra attività, è stata allestita presso la Sala Museale del Baraccano di Bologna un’importante  mostra storico-fotografica a voi dedicata nell’ambito di un tema prescelto “Storia della comunicazione” e che ha richiamato grande attenzione presso gli addetti ai lavori ma soprattutto presso il pubblico. Una mostra che ancora una volta, superando  il  limitato concetto che la vorrebbe “ricostruzione” della realtà e non “reportage” della medesima, ha riproposto la fotografia e il linguaggio fotografico come espressione artistica e culturale,  incontestabile argomento d’indagine e dissertazione sociologica, come “coscienza del mondo”  per dirla con le parole di Alfredo de Paz, autore di  “Fotografia e Società”. Quanto ritiene che la sua famiglia abbia contribuito con la sua attività e con la sua testimonianza in questi anni, all’affermazione del rapporto tra fotografia e comunicazione, e anche come ricerca sociologica e storica della cultura fotografica?

 

L. P. Questa domanda interpreta perfettamente lo scopo della mostra ed è esattamente ciò che abbiamo voluto esprimere con la sua realizzazione.

Nella mostra infatti sono stati rappresentati  i personaggi importanti e i momenti topici della storia della città  ma soprattutto sono state  raffigurate le facce dei bolognesi degli ultimi cento anni, dagli inizi del ‘900 in poi che, attraverso le più svariate pose fotografiche, le più diverse espressioni dei volti di adulti e bambini degli anni ‘20, ‘30, ‘40 fino ai giorni nostri, gli stati d’animo catturati nei  momenti più significativi della loro vita, lasciavano trasparire il vivido scorrere del tempo rivelando i cambiamenti sociali, i mutamenti del costume, nell’arco di questi ultimi  cento anni. La mostra ha avuto un grande successo di pubblico il quale ha saputo apprezzare questo percorso affettivo, rivivendone attraverso le immagini, episodi legati alla loro vita o a quella dei propri cari. I cittadini si sono riconosciuti in quelle foto ritrovando spesso i propri genitori, i propri nonni, i propri amici e ricostruendo così ricordi e memorie della propria infanzia, della propria vita familiare. è stata un’esperienza dal forte coinvolgimento emotivo largamente condivisa dal pubblico, un’esperienza viva durante la quale il pubblico stesso ha partecipato attivamente  con le proprie testimonianze e in taluni casi anche contribuendo attivamente alla ricostruzione e alla contestualizzazione di alcuni riferimenti storico-documentaristici, spesso erroneamente interpretati. Ricordo un episodio in particolare, una fotografia di Guglielmo Marconi  ritratto  con un gruppo di persone che io ritenevo fossero suoi collaboratori. Invece, parlando alla mostra con il presidente della  Fameja Bulgneisa ho avuto la  dimostrazione, documenti alla mano, che in quel giorno Guglielmo Marconi stava ricevendo - dai vertici dell’associazione la Fameja Bulgneisa - la  presidenza onoraria perpetua. Una fotografia quindi che si   riteneva avesse un determinato significato veniva completamente re-interpretata e  valorizzata in base a nuovi riferimenti storico-oggettivi, attraverso la testimonianza inconfutabile dei protagonisti o di chi testimone diretto o indiretto contribuiva alla ricostruzione della veridicità di un evento sociale apportando l’elemento di valorizzazione documentaristica mancante.

Quindi storie di vita sociale legate a personaggi  più o meno importanti, modificate e trasformate  dalla presenza del pubblico che ha voluto raccontare gli avvenimenti; la mostra è stata inoltre accompagnata da conferenze il cui tema centrale è stato quello della comunicazione a cui la mostra era dedicata; mio nonno ha fotografo Guglielmo Marconi fin dal 1909, abbiamo esposto  foto molto particolari ed  originali, delle quali farò dono  al Museo  Pelagalli che già conserva tanto materiale marconiano e che per l’occasione ha organizzato una conferenza sulla comunicazione invitando il Prof. Claudio Marra docente presso l’Università di Bologna – Dipartimento delle Arti Visive.

è stato un momento di grande emozione che ha saputo coniugare gli avvenimenti sociali legati alla vita della città, rappresentati dalle immagini fotografiche della mostra, con la storia della fotografia.

 

 

N. G. Suo nonno, Tito Pasquini, fondatore dell’azienda Ottica Pasquini, fu il primo fotografo reporter de “Il Resto del Carlino” ma anche un vero maestro del ritratto, tant’è che presso il suo studio fotografico hanno posato papi, regnanti, eroi, scienziati, poeti, artisti, scrittori, cantanti famosi e attori cinematografici. In particolare fu il fotografo preferito dalle dive del cinema degli anni ‘20 e ‘30. Quali sono stati nel corso degli anni i vs. legami con il cinema di quell’epoca prima e con  quello contemporaneo più tardi? Come vede l’evoluzione del rapporto tra fotografia e cinema oggi, un rapporto in cui l’immagine fotografica è alla ricerca del valore di testimonianza storica, culturale, sociale in un sottile equilibrio tra artificio e realtà?

L. P. Il legame con il cinema è stato importante per noi perché mio nonno oltre ad essere stato fotografo de “Il Resto del Carlino” è stato uno dei primi cine-operatori ed ha quindi fatto cinema fin dagli esordi; ha lavorato e collaborato anche con l’Istituto Luce per quello che  riguardava la cronaca. Del resto il cinema nasce dalla fotografia e lo si vede  chiaramente nei vecchi film degli anni ‘50 e ‘60 in cui ogni scena cinematografica, al di là degli aspetti tecnici, è sotto il profilo artistico una fotografia; il sistema di ripresa di oggi invece non ha nulla a che vedere con la fotografia.

La qualità della cinematografia di quegli anni era molto superiore perché erano innanzitutto fotografi che avevano l’occhio fotografico e passavano alla ripresa cinematografica. Un tempo nel contesto di una fotografia si muovevano gli attori ed ogni particolare aveva una sua logica fotografica, dalle quinte alla disposizione degli attori, all’illuminazione, e poi la pastosità del bianco e nero; oggi pur avendo delle opere d’arte in campo cinematografico, dal punto di vista fotografico la qualità è decisamente inferiore.

Bologna è stata per anni un punto di riferimento per la cinematografia italiana ma oggi nonostante i tentativi fatti di riportare la cinematografia a Bologna la città non è più la stessa, ospitale come un tempo; anche importanti registi bolognesi come Pupi Avati sono stati costretti a malincuore ad andare a girare spesso in altri luoghi. è purtroppo il degrado della città che respinge chiunque voglia avvicinarsi; come si può pensare di girare serenamente una scena notturna in Piazza Verdi?

È anche una questione di sicurezza.

C’è un’ostilità verso chiunque voglia lavorare e creare qualcosa di positivo per cui anche un grande regista innamorato della sua Bologna come Pupi Avati ha denunciato il suo sconforto in una lettera aperta in cui ha espresso, alcuni mesi fa, dei giudizi piuttosto negativi, rivelando che ha dovuto cercare altri luoghi per ritrovare quel clima e quell'accoglienza tipici della Bologna di una volta.

N. G. Nella letteratura cinematografica molti sono gli esempi in cui la macchina fotografica diventa  protagonista  del film: La Macchina Ammazzacattivi di Roberto Rossellini del 1948, La Finestra sul Cortile di Alfred Hitchcock del 1954, La Dolce Vita di Federico Fellini del1960, L’occhio che uccide di Michael Powell del 1960, Blow up di Michelangelo Antonioni del 1966, Gli Occhi di Laura Mars di Irvin Kershner del 1978, Un Anno Vissuto Pericolosamente di Peter Weir del 1982, I Ponti di Madison County di Clint Eastwood del 1995, Pecker di John Waters del 1998, Femme Fatale di Brian de Palma del 2002 , solo per citarne alcuni.

La macchina fotografica è diventata negli anni un vero oggetto di culto con il quale sublimare, fissare la memoria storica e questo spiega come molti sceneggiatori e registi le abbiano spesso riservato un ruolo tutt’altro che marginale.

Lei stesso ci risulta possieda una collezione di macchine fotografiche antiche, alcune delle quali  legate ad avvenimenti di cronaca e di storia bolognese e italiana. Crede che oggi, nell’era del digitale e multimediale, questo prezioso oggetto, entrato prepotentemente nella storia del costume italiano, abbia perso il suo fascino originario e il suo ruolo di protagonista della cronaca e della storia socio-culturale italiana?

L. P. Assolutamente sì, la macchina fotografica tradizionale oggi ha purtroppo perso il suo ruolo.

Quando parliamo di macchina fotografica tradizionale intendiamo ovviamene quella con immagini su pellicola, in quanto oggi tutti, anche i professionisti, utilizzano macchine fotografiche digitali con le quali si fa in un attimo ciò che una volta si faceva in giorni; per fare un esempio, se volevamo truccare una fotografia, per fini leciti ovviamente, occorreva avere una macchina apposita che consentiva di stampare la foto, riprodurla, ritoccarla a mano, rifotografarla e con il nuovo negativo riprodurla nuovamente e così via... E occorreva avere predisposizione anche per il disegno e per la pittura per riuscire a fare un buon lavoro. Oggi con il computer si possono realizzare magie da questo punto di vista senza dove necessariamente avere uno speciale talento ma semplicemente sapendo utilizzare i programmi per l’elaborazione delle foto.

Per i reportage di cronaca la foto digitale può essere trasmessa in tempo reale in tutto il mondo con la massima facilità e tempestività. Per cui oggi la fotografia tradizionale se non ritorna come opera d’arte per ritratti particolari, ormai non ha più alcuna ragione di essere e il suo ciclo può essere, secondo me, considerato concluso. Nel mio libro infatti io parlo di Blow up di Antonioni proprio riferendomi alla comunicazione negli anni ‘70, all’arte, alla moda di quegli anni; oggi è tutto diverso ed io lo vedo nel mio lavoro, nella moda per esempio, oggi tutto è fugace, tutto viene bruciato troppo rapidamente e solo i sistemi adeguati alla velocità del mondo moderno ne possono sostenere il ritmo, attraverso continue trasformazioni e adattamenti, cosa che la fotografia tradizionale non avrebbe potuto fare. Non posso dire di avere dei rimpianti, però certo mi rendo conto che molte cose erano migliori un tempo di quanto non lo siano oggigiorno. La comunicazione stessa ha tutta un'altra  valenza rispetto al passato; non ha alcuna importanza quale sia la realtà ma conta solo l’immagine della realtà, l’apparenza, per cui il mondo è cambiato e bisogna sapersi adeguare a questo cambiamento, senza però mai perdere la consapevolezza di quali siano i valori che riteniamo veri.

N. G. Con l’avvento del digitale e delle soluzioni multimediali in campo audiovisivo, si pone più che mai il tema dell’importanza della valorizzazione del patrimonio fotografico. L’induzione delle tecnologie digitali anche nel settore degli studi storico-fotografici, sta offrendo ormai da anni numerose opportunità, ai fini della conoscenza, dell’archiviazione, della consultazione, della divulgazione del patrimonio fotografico conservato negli archivi, nelle biblioteche, nei musei e presso varie istituzioni sia pubbliche sia private. Queste nuove tecnologie costituiscono un potenziamento delle aspettative culturali, una semplificazione nei  tempi di ricerca  ma allo stesso tempo ci impongono una riflessione sugli aspetti culturali e metodologici della riproduzione in formato digitale dei materiali conservati negli archivi e nelle collezioni fotografiche, sul rapporto tra fotografia digitale e fotografia analogica  e sulle  caratteristiche di fedeltà e inequivocabilità che la fotografia digitale vanta nei confronti di esemplari fotografici analogici, i quali dovranno essere riprodotti al fine di conservare, per mezzo dei nuovi supporti, la "memoria storica”  tramandata attraverso di essi. Le due tecnologie quindi, digitale e analogica, nella rappresentazione mimetica della realtà si sovrappongono e si interscambiano, trasferendo dati da un supporto all’altro ma ciò accade con modalità e codici linguistici totalmente diversi.

Non crede che questo processo, non riesca comunque ad evitare la perdita, che sempre caratterizza processi analoghi, delle  informazioni e della qualità di ogni particolare esemplare?  Nonché di quel contesto di unicità e autenticità che conferisce valore di testimonianza storica e culturale alle immagini fotografiche, spesso riproduzioni esse stesse di altre opere artistiche? Condivide l’opinione di alcuni che considerano la fotografia analogica elemento essenziale della storia, della cultura, della tradizione e dell’espressività artistica, mentre la fotografia digitale, attraverso i suoi automatismi e i passaggi necessari all’acquisizione, alla memorizzazione e alla visualizzazione delle immagini, rischia di tramandare immagini denotate?

 

L. P. Interessante la domanda. è difatti  indiscutibile che la qualità di una fotografia stampata da negativo con il sistema tradizionale è notevolmente superiore e dà risultati molto migliori rispetto alla tecnica digitale.

Però, intanto, ci sono moltissimi archivi, tra cui il mio, che non sono facilmente consultabili in quanto costituiti da lastre di vetro, pesanti da trasferire e soggette a deperimento anche a causa di particolari esigenze di conservazione legate a specifiche condizioni atmosferico -ambientali che le rendono sensibili a possibili danneggiamenti e deterioramenti. Quindi da un punto di vista pratico, anche di archiviazione e di consultazione, è giusto e logico che si ricorra a determinate tecnologie. Devo confessare che pochissime fotografie di quelle esposte durante la nostra Mostra (appena 1 o 2%), non sono state realizzate in digitale, perché oggi é comunque difficile trovare studi che possano ristampare le fotografie originali fedelmente come erano una volta. Io ho fatto riprodurre alcuni documenti della mostra ad un fotografo che utilizza ancora i vecchi sistemi di stampa con  acidi e carte speciali, ma la differenza con le foto originali era palese, in un certo senso era quasi migliore la qualità digitale perché consentiva - specie in alcune foto che avevano i segni del  tempo o dell’incuria dati da una lastra rotta o da qualunque altro problema - di ottenere con un programma di elaborazione fotografica digitale, un ripristino completo ed integro, cosa che non si sarebbe potuta ottenere con i tradizionali sistemi di restauro.                                                                                          

N. G. La Vostra azienda possiede un patrimonio storico-fotografico  e anche per voi supponiamo sia attuale il dibattito sulla necessità di accompagnare queste massicce campagne di digitalizzazione degli archivi e dei fondi fotografici con interventi conservativi adeguati,  la cui mancanza potrebbe determinare il rischio per la fotografia di essere considerata unicamente per i suoi elementi referenziali e non per il complesso di caratteristiche fisico-oggettive e di tradizioni linguistico-espressive che insieme le garantiranno lo status di “bene culturale". Qual’è la sua posizione in merito?

 

L. P. Io stesso ho in progetto per il futuro di trasferire tutto l’archivio su supporti digitali, ovviamente senza disperdere il materiale originale che dovrà essere  ben conservato, perché se si volesse in seguito riprodurre i documenti in originale, si deve essere in grado di poterlo fare. È giusto quindi archiviare in maniera magnetica e digitale anche per una migliore ricerca dei documenti, noi infatti abbiamo un’archiviazione materiale con riferimenti cronologici precisi e ben catalogati, ma si tratta di gestire lastre pesanti numerate, logisticamente difficili da utilizzare. Tutto questo non si deve perdere, come ovvio, ma deve avere un sistema di consultazione pratico, semplificato, immediato, che rende fruibile e più accessibile il patrimonio culturale.

Molte istituzioni posseggono montagne di lastre fotografiche, delle quali spesso è difficile conoscere persino il contenuto a causa di questa difficoltà di accessibilità e gestione dei documenti.

La necessità di conservazione dei documenti non dovrebbe penalizzare  l’accessibilità al patrimonio artistico, altrimenti viene meno lo finalità principale della cultura che è quella di fruibilità e di accesso al patrimonio stesso.

 

N. G. Cambiamo argomento.

Soltanto nel 1968 ad Arcetri il Prof. Ronchi insieme ad alcuni dei maggiori scienziati e ricercatori del settore fondò la prima scuola di Ottica. I neo-diplomati d’allora si riunirono in un’associazione che avrebbe poi ampliato le conoscenze nel mondo dell’ottica, raggruppando gli ottici italiani e contribuendo al loro miglioramento professionale. Da questa nuova consapevolezza nacquero le figure professionali del "contattologo" e dell’"optometrista"; oggi alcune università hanno istituito il corso di laurea in ottica e optometria e questo ha alimentato un nuovo ed interessante dibattito sulla figura dell’ottico/optometrista, ambito professionale al quale lei appartiene. Molte sono infatti le competenze che si rendono necessarie per la formazione di questa figura professionale: dall’applicazione dell’ausilio ottico e delle lenti a contatto al controllo optometrico della qualità della vista. è giusto ricordare che, agli inizi degli anni ‘40, suo padre Ugo Pasquini è stato uno dei primi ottici ad avvertire l’esigenza di sviluppare a livello professionale il mercato dell’ottica e i suoi stessi operatori.

Cosa ne pensa dei risultati raggiunti oggi con questa nuova fase? Ritiene che si possa arrivare finalmente alla definizione e all’ufficializzazione di questa figura lavorativa, nell’interesse generale della salvaguardia della salute pubblica?

 

L. P. È ormai un dibattito che va avanti da più di 40 anni; io mi sono diplomato nel ‘66 ad Arcetri dove ho studiato Optometria con il Prof. Villani e già se ne parlava; oggi mio figlio frequenta il corso di laurea in Ottica e Optometria presso l’Università di Padova, ma il dibattito continua anche se oggi  la questione non è più eludibile.

Gli insegnanti di oggi, che insegnano Optometria all’università, sono tutti ottici molto evoluti che si sono laureati in prestigiose università estere.

Io li conosco perché alcuni sono professori di mio figlio, uno addirittura è stato un mio professore e quindi le figure professionali che usciranno da queste università - posso dirlo con certezza in quanto ho seguito la formazione attraverso gli studi di mio figlio e gli esami che sostiene - saranno figure rivolte al futuro, in quanto la medicina e l’oculistica oggi vanno verso tecnologie  innovative ed in continua evoluzione ed hanno bisogno di personale altamente specializzato che segua un percorso alternativo di specializzazione. Mentre l’oculista studia medicina e chirurgia e segue tutto ciò che è inerente l’aspetto sanitario dell’occhio, l’ottico optometrista è un tecnico che studia fisica, matematica, tutte le nuove tecnologie e quindi la figura tecnica, va ad integrarsi con quella medica dell’oculista.

Oggi noi non sappiamo ciò che sarà domani, l’ottico esegue l’esame della vista che sa fare perché ha studiato, predispone l’occhiale, applica nuovi tipi di lenti, quelle progressive, lenti a contatto particolari a geometria inversa e molte altre cose che 10/15 anni fa erano impensabili, ma cosa ci riserva il futuro?

Quali nuove tecnologie ci saranno per la compensazione dei difetti visivi? Non saranno solo chirurgiche ma potranno essere anche formule diverse; si prospetta oggi addirittura l’occhio artificiale che possa ridare la vista ai non vedenti, tutte tecnologie che richiederanno in futuro una professionalità tale acquisibile soltanto attraverso lo studio universitario.

 

N. G. La Vs. azienda è partner commerciale di un importante gruppo “Greenvision”,  che affilia e rappresenta centri ottici selezionati dislocati capillaremente sull’intero territorio nazionale.

"Greenvision" è protagonista di importanti iniziative umanitarie e di solidarietà per combattere la cecità, le malattie non curate degli occhi e altre patologie, come nel caso della recente missione svolta in Africa “Ridare la luce”, in collaborazione con l’Aeronautica Militare italiana, l’associazione degli Ottici Italiani e il sostegno dell’associazione Fatebenefratelli, nell’ambito della quale sono stati eseguite migliaia di visite  oculistiche ambulatoriali, centinaia di interventi alle cataratte ed anche predisposte campagne per la raccolta di occhiali da vista.

Quali sono le motivazioni che hanno spinto la vostra azienda ad aderire ad una partnership come quella con "Greenvision"? Che valenza ha avuto  l’aspetto umanitario e solidale  nei vostri criteri di  scelta nei confronti  di questo  partner commerciale? Il loro impegno sociale ha rappresentato una spinta importante nella vostra decisione? Ha  mai partecipato attivamente ad iniziative di solidarietà come quella a cui abbiamo accennato  o a progetti mossi da analoghi presupposti e finalità?

 

L. P. Sono contento di rispondere a questa domanda, perché noi aderiamo a "Greenvision" da più di 13 anni ed è un marchio commerciale che distingue il Consorzio Ottico Italiano. Proprio quando io ero  presidente del gruppo si è inaugurata questa svolta umanitaria che ha portato il gruppo "Greenvision" e l’Associazione Consorzio Ottico Italiano ad occuparsi di queste iniziative e chi mi ha succeduto nella presidenza ha proseguito in questa direzione attraverso l’accordo con l’Associazione Fatebenefratelli e con l’Aereonautica Italiana, intensificando queste operazioni a livello umanitario.

Quello che mi fa piacere sottolineare è che sono stato il presidente che ha introdotto nel gruppo questa attenzione alle tematiche umanitarie, alle quali sono e siamo da sempre particolarmente sensibili.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Etimologicamente sinestesia deriva dal greco: sýn (con, insieme) e aísthesis (sensazione, sensibilità) e possiede la stessa radice di estetico (aisthetikós, che si riferisce alla sensazione).

 

 

 

 

 

 

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