“Enrichissons-nous de nos différences mutuelles

Arricchiamoci delle nostre reciproche differenze (Paul Valéry)

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DIVE E CELEBRITà dell'inizio '900 A BOLOGNA:  Intervista a PASQUINI

 

 

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"L'audizione colorata..."

tratto da

ALMOST BLUE

di Carlo Lucarelli

http://www.carlolucarelli.net/

"...Scandaglio il silenzio che mi circonda, come uno scanner, uno di quegli apparecchi elettronici che spazzano l'etere a caccia di suoni e di voci e si sintonizzano automatica mente sulle frequenze occupate... [...]...

Io di amici non ne ho. Per colpa mia. Perchè non li capisco. Parlano di cose che non mi riguardano.

Dicono lucido, opaco, luminoso, invisibile.

Come in quella favola che mi raccontavano da bambino per farmi dormire, in cui c'era una principessa così bella e con una pelle così fine che sembrava trasparente. Ci ho messo tanto, tante notti sveglio a pensare, prima di capire che trasparente voleva dire che ci si poteva guardare dentro.
Per me significava che le dita ci passavano attraverso...

 

...Tutti i colori che iniziano con la b, invece, sono belli. Come il bianco o il biondo. O il blu, che è bellissimo. Ecco, ad esempio, per me una bella ragazza, per essere davvero bella, dovrebbe avere la pelle bianca e i capelli blu.

Ci sono colori che hanno una forma.

Una cosa rotonda e grossa è sicuramente rossa. Ma le forme non mi interessano. Non le conosco.

Per conoscerle bisogna toccarle, e a me non piace toccare, non piace toccare la gente. E poi con le dita sento solo le cose che ho attorno, mentre con le orecchie, con quello che ho dentro la testa, posso arrivare lontano.

Preferisco i rumori...."


(Carlo Lucarelli - "almost blue" - Edizioni Einaudi 1997 - Per gentile concessione dell'Ag. Roberto Santachiara)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Una Rosa per Alida Valli" a Budrio

GLI EVENTI DI APRILE MAGGIO 2010

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Manifesto permanente

per gli studi Interdisciplinari e Sinestetici

Supplemento alla pubblicazione FUORIVISTA Cinema e Multimedia

Registro del Tribunale di Bologna n. 6784 del 19-03-1998

Direttore Responsabile Fabio Matteuzzi

 

Etimologicamente sinestesia deriva dal greco: sýn (con, insieme) e aísthesis (sensazione, sensibilità) e possiede la stessa radice di estetico (aisthetikós, che si riferisce alla sensazione).

 

"The Wheel of the Five Senses"
a medieval

wall painting in Longthorpe

Tower (near Peterborough,

England) discovered

some fifty

years ago

and said

 to have

been made

before 1340.

 

For practical information
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LA RUOTA DEI CINQUE SENSI

WHEEL OF FIVE SENSES

Il fenomeno della Sinestesia

di Gino Casagrande

(Traduzione dall'inglese di CARACULT per gentile concessione del Prof. Casagrande)

 

Quando parliamo dei diversi tipi di messaggio che sono percepiti attraverso l’interazione di due o più sensi e che sono integrati e focalizzati al livello del significato, stiamo parlando del fenomeno che va sotto il nome di sinestesia.

 

La sinestesia è un tipo di intertrasposizione basata sull’interazione dell’esperienza sensoriale durante l’atto della percezione). In quanto tale appartiene al regno della metafora. Tuttavia può essere considerata più di una semplice metafora. 

 

Linguisticamente nella sinestesia non c’è una effettiva sostituzione del segno “reale” come accade nella metafora.

Qui (nella sinestesia) nessuno dei due segni reali sostituisce l’altro. I segni entrano in una sorta di associazione simultanea e sinergetica, e così facendo creano un’immagine virtuale che costituisce una globale trasposizione semantica di tutti e di ciascuno dei segni “reali” coinvolti. Una percezione sinestetica deriva da una specifica area semantica designata da un lessico pertinente a immagini sensoriali. Di conseguenza, la sinestesia è un tipo di fusione semantica metaforica di due o più percezioni sensoriali.

 

È un luogo comune che la sinestesia letteraria1 sia una delle forme canoniche d’espressione nella poesia moderna. In efffetti il concetto di percezione sinestetica è molto antico e la sua espressione letteraria può essere fatta risalire alla Bibbia2. Nel mondo occidentale l’idea può essere attribuita ad Aristotele.

Infatti, fu una delle ipotesi implicite che lo portò a sviluppare la teoria del senso comune come una percezione allargata, elaborando così una delle strutture di base della concezione aristotelica delle facoltà cognitive dell’uomo.

 

L’idea è stata discussa e ripensata dai commentatori ellenici e bizantini di Aristotele che usarono per la prima volta3 anche il termine συναίσθησις - sinestesia.

Tornò in auge nelle analisi filosofiche e psicologiche degli scolastici, tanto a Parigi e Bologna, quanto ad Oxford. Più tardi catturò l’attenzione dei poeti e degli scrittori sulle poetiche nel periodo successivo al Rinascimento Italiano. E infine il termine si sviluppò come uno degli ingredienti di base nel Simbolismo e Post-simbolismo fino ai giorni nostri. 

 

Può essere opportuno ricordare che dalla fine del Tredicesimo secolo anche i poeti furono non solo consapevoli di queste idee, ma abili nel tesserle nella trama dei loro versi, come ha fatto spesso Dante nella Divina Commedia.

 

Sebbene nei suoi scritti teorici non ci sia una prova chiara di sinestesia4, riferimenti che implicano la profonda e diretta conoscenza di Dante del concetto di sinestesia possono essere trovati, almeno, in un paio di passi del Convivio (3.9.6). Facendo precisi riferimenti alle due opere di Aristotele in cui è sviluppata la dottrina del senso comune, Dante afferma che, secondo questa teoria, solo il colore e la luce possono essere opportunamente considerati come pertinenti al senso della vista:

 

“Dove è da sapere che, propriamente, è visibile lo colore e la luce, sì come Aristotele vuole nel secondo de l’Anima, e nel libro del Senso e sensato”. Dante aggiunge che, in verità, altre cose rientrano nel campo della vista e quindi sono visibili, ma non propriamente visibili come nel caso del colore e della luce."

 

"Ben è altra cosa visibile, ma non propriamente, però che5 altro senso sente quello, sì che non si può dire che sia propriamente visibile, né propriamente tangibile; sì come è la figura, la grandezza, lo numero, lo movimento e lo star fermo, che sensibili ‹comuni› si chiamano: le quali cose con più sensi comprendiamo."

 

Qui Dante applica la dottrina aristotelica relativa alla distinzione tra i cosiddetti sensibilia propria:

 

“Dico autem [sensibile] proprium quidem, quod non contigit altero senso sentiri ... ut visus coloris, et auditus soni, et gustus saporis.”

 

“Intendo dire che gli oggetti sensibili propri sono quelli che non possono essere percepiti con un altro senso… la vista percepisce solo il colore, l’udito solo il suono e il gusto solo il sapore.”

 

E i sensibilia communia:

 

"Communia autem sunt motus, quies, numerus, figura, magnitudo: huiusmodi enim nullius sensus sunt propria, sed communia omnibus".

 

“Gli oggetti sensibili comuni sono il movimento, la stasi, la quantità, la forma, la dimensione6.”

 

Questa dottrina diventa uno dei punti di base per tutti i commentatori del dodicesimo e tredicesimo secolo delle due opere di Aristotele menzionate da Dante, da Averroes e Alexander of  Hales ad Alberto Magno e Tommaso D’Aquino. La discussione converge sul senso comune.

 

Secondo Aristotele, sensus communis, o senso comune, è quella funzione della ψυχή - psiche che acquisisce le percezioni di tutti gli oggetti, ossia un organo di percezione comune e centrale in cui i diversi stimoli ricevuti dai relativi sensi sono riuniti.

Il senso comune può anche esercitare un potere sintetico riunendo le proprietà comuni nelle qualità dei sensibilia communia. Infatti, essi (il movimento, la forma, etc.) sono gli oggetti propri del senso comune. In aggiunta, il senso comune ha il potere di discernere e distinguere tra le varie sensazioni, e allo stesso tempo deve preservare l’unità della percezione.

In breve, è un terreno comune, “il principio-sorgente di tutti i sensi esterni”, come Tommaso D’Aquino indica nel suo commento al De anima di Aristotele e come Dante stesso lo chiama nello stesso capitolo del Convivio (3.9.9) qui riportato:

 

«Di questa pupilla lo spirito visivo, che si continua da essa, a la parte del cerebro dinanzi, dov’è la sensibile virtute sì come in principio fontale, subitamente senza tempo la ripresenta, e così vedemo».

 

In accordo con la tradizione medica del suo tempo, Dante assegna la sede del senso comune “a la parte del cerebro dinanzi”, cioè alla prima delle tre cavità in cui, oltre al senso comune, è situata anche la fantasia o l’immaginazione. Questa locazione è ripetuta da Dante in un brano della Vita Nuova, in cui si legge:

 

“Lo spirito animale dimora ne l’alta camera ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le loro percezioni” (2.5).

 

(Lo spirito sensibile dimora in una sede alta - per esempio il cervello - dove tutti gli altri spiriti sensibili portano le loro percezioni).

 

Mentre non tutti i commentatori di Aristotele erano d’accordo in riferimento alla sede del senso comune7, essi condividevano tutti l’idea che esso avesse il potere, attraverso i sensi veri e propri, di far convergere e unire due o più sensazioni.

Così per Alexander of Hales:

 

"Sensus communis habet primum actum et singularem, scilicet discernere album a dulci vel conferre ... Si enim discernit album a dulci et confert, necesse est recipi formam utriusque in uno organo: illud non erit organum gustus nec organum visus ... [sed] sensus communis. Non differt sensus communis sensibilis in suo sensibili a particularibus: quinque enim sensibilia, quae sunt magnitudo, motus, numerus, figura, quies, quae sunt communia sensuum particularium, etiam sunt propria sensus communis. Apprehendatur etiam sensibilia sensum particularium a sensu communi: nam aliter non posset inter illa distinguere; ergo necesse est differre sensum communem in obiecto a sensibus particularibus."

 

Il senso comune è responsabile di una specifica e fondamentale attività: cioè di discernere il bianco dal dolce e di farli confluire… Infatti, se il bianco e il dolce sono percepiti separatamente e combinati insieme, è necessario che le forme di ciascuno siano percepite da un singolo organo. Questo non può essere il senso del gusto o il senso della vista, ma un senso comune.  Proprio in qualità di specifico campo, la percezione operata dal senso comune non differisce da quella dei sensi particolari. Infatti, i cinque percebili sensibilia communia, la dimensione, il movimento, la quantità, la forma e la stasi, sono comuni ai sensi specifici e propri del senso comune. Gli oggetti particolari percepiti singolarmente da ciascun senso sono percepiti anche dal senso comune. D’altro canto, non si potrebbero distinguere. È necessario quindi fare una distinzione tra il senso comune e i singoli sensi8.

 

Il punto di vista di Alexander di Hales ebbe un largo seguito tra altri grandi accademici. Quindi, per Tommaso è il senso comune, che, di nuovo, rappresenta “la sorgente di tutti i sensi” e potrebbe essere considerato in due modi.

Il primo, come  terminus della sensazione percepita da un senso esterno: per esempio, la percezione del bianco ad opera dell’organo della vista. Il secondo, come principium e terminus della sensazione percepita da uno e da tutti i sensi esterni: per esempio, la percezione del dolce dall’organo del gusto in relazione alla percezione del bianco. In questo modo, il senso comune non è capace solo di percepire la differenza tra il bianco e il dolce ma anche di concepire e apprendere che in certi casi il bianco è legato al dolce come nel caso dello zucchero.

 

 

"Vis sentiendi diffunditur in organa quinque sensum ab alia una radice communi, a quo procedit vis sentiendi in omnia organa, ad quam etiam terminatur omnes immutationes singulorum organorum: quae potest considerari dupliciter. Uno modo, prout est principium unum et terminus omnium sensibilium immutationum. Alio modo, prout est principium et terminus huius et illius sensus ... Habet igitur hoc principium sensitivum commune, quod simul cognosca plura, inquantum accipitur bis ut terminus duarum immutationum sensibilium; inquantum vero est unum, iudicare potest differentiam unius et alterum. ... Ultimo iudicium et ultima discretio pertinet ad sensum communem."

 

Il potere della percezione arriva all’organo dei cinque sensi da una radice comune e tutte le percezioni acquisite dai singoli sensi terminano in essa. Questo può essere considerato da altri due punti di vista, ossia come l’inizio e la fine di tutte le percezioni sensoriali, e come l’inizio e la fine di questo o quel singolo senso…

Tale comune base percettiva, che conosce molte cose in una volta sola, detiene il potere in quanto è presa due volte come fine di due esperienze sensoriali; considerata come uno, può giudicare la differenza tra una percezione e un’altra. Il giudizio finale spetta al senso comune9.

 

Gli stessi concetti sono ripetuti da Tommaso in diversi passaggi della sua Summa.

Per esempio, nella discussione sui “poteri dell’anima considerati nello specifico”, Tommaso dedica due interi brani all’argomento. Descrive ciò che noi chiamiamo sinestesia non come risultato di un disordine psichico10 ma come il normale processo della decodificazione e integrazione delle varie esperienze percettive e sensoriali. Egli non lo considera nemmeno come una semplice percezione di una modalità sensoriale nei termini di un’altra, ma  vede tale risultato come una totalità che implica l’intero campo della percezione stessa in relazione alla conoscenza e in cui la fantasia-immaginazione e la memoria, considerate rispettivamente come il tesoro-magazzino dei sensi e delle intenzioni, giocano un ruolo fondamentale e indiscutibile.

 

Un diagramma di base che illustri la direzione di questa totalità della percezione, come viene espressa da Tommaso nella Summa Teologica 1a, q.78, a.4, potrebbe essere come questo:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mentre si può considerare che la memoria in qualche modo contenga la forma totale, nella riflessione di Tommaso il meccanismo di base al quale la sinestesia può essere ascritta dovrebbe essere sotto il controllo del senso comune e dell’immaginazione. Queste due facoltà, tuttavia, lavorano in stretta relazione con i phantasmata. I phantasmata, infatti, non sono solo le immagini presentate all’immaginazione dall’attività delle cose esteriori che agiscono sulle diverse e singole facoltà sensoriali (per esempio immagini visive, uditive, olfattive, tattili e gustative), ma presentano anche un “certo naturale ordine che lega differenti immagini l’una all’altra, per esempio, un’unità risultante da uno spazio e da un tempo che servono come punti focali per differenti sensazioni11”. Pertanto una operazione sinestetica dovrebbe topograficamente occupare tutta la metà inferiore del diagramma.

 

Quando la memoria sembra aver perso il contesto di un’immagine, quello che in realtà è accaduto è che la fantasia se ne è impadronita. La funzione del senso comune è di esercitare una sorta di raccolta delle forme sensoriali acquisite con i singoli sensi. Così mentre la vista, per esempio, può discernere il bianco o il verde, e il gusto può comprendere il dolce, “né la vista né il gusto possono discernere la differenza tra il bianco e il dolce; perché per distinguere la differenza tra due cose bisogna necessariamente conoscerle entrambe. Quindi è necessario che un giudizio di questo tipo appartenga al senso comune a cui tutte le esperienze percettive si riferiscono, come al terminus comune”. (Summa theol., 1, 78, 4, 2). Ed infatti “a volte noi conosciamo separatamente cose che nella realtà sono correlate; per esempio, qualcosa che è bianco e dolce, e che la vista conosce solo per il candore e il gusto per la dolcezza12.”

 

Lasciando da parte momentaneamente il tesoro-magazzino della fantasia, sembra chiaro che il senso comune è responsabile del processo di decodificazione e integrazione di diverse e divergenti sensazioni per muovere verso il livello della associazione.

 

L’idea del senso comune come un terminus comune è sostenuta dall’analogia proposta da Aristotele tra il senso comune e il punto matematico.  Tommaso D’Aquino13 sostiene che qualunque punto tra le due estremità di una linea può essere considerato sia come uno sia come due. Sottolinea questa analogia in un commento al De sensu et sensato dove il concetto sottostante della sinestesia ancora una volta diventa palese:

 

"Punctum autem, quod est terminus diversarum linearum, secundum quod in se consideratur, est unum et indivisibile. Et isto modo sensus communis secundum quod in se est unum, est indivisibilis et est unum sensitivum actu dulcis et albi: dulcis per gustum et albi per visum. Si vero consideratur puntum seorsum ut est terminus huius lineae, sic est quodammodo divisibile, quia utimur uno puncto ut duabus. Et similiter sensus communis, quando accipitur ut divisibile quoddam, puta cum seorsum iudicat de albo et iudicat de dulci est alterum secundum actum: secundum vero quod est unum, iudicat differentias sensibilium."

 

 

"Il punto, come fine di diverse linee, quando considerato in sé è uno e indivisibile. Nello stesso modo, il senso comune, considerato in se stesso è anch’esso uno e indivisibile, perché ha il potere di combinare in una singola attività sensoriale il dolce e il bianco: il dolce come percepito dal gusto e il bianco come percepito dalla vista. Se, d’altro canto, noi consideriamo il punto come la fine di una singola linea, il punto è divisibile perché noi usiamo un punto come la fine di due, o più, linee. Nello stesso modo il senso comune, quando preso come divisibile (come quando esprime un giudizio su bianco o dolce) è uno o l’altro conformemente all’attività svolta14".

 

 

La Ruota Sinestetica

 

Si deve notare che i primi commentatori di Aristotele, come Alessandro di Aphrodisias e Themistius,  considerarono il punto aristotelico come il centro di un cerchio da cui come pluralità, i raggi hanno origine e in cui, come in un’unica convergenza, sono uniti. 

Questa osservazione è comune a quasi tutti i commentatori medievali iniziando, per importanza, dal commentatore per eccellenza, Averroes, nel dodicesimo secolo, fino ad Alberto Magno e Tommaso d’Aquino nel secolo successivo. Averroes indica che, poiché era difficile spiegare il concetto del sensus communis, va riconosciuto ad Aristotele il merito di averlo paragonato al punto matematico. Continuava dicendo che la funzione del senso comune è “una e molteplice, come quella del punto che è il centro del cerchio quando molte linee sono disegnate dal centro alla circonferenza15”. Ma forse è Alberto Magno che dà uno dei più complessi commenti sulla materia:

 

"... dicemus sensum communem essentialiter ac formaliter unum et indivisibilem esse et per subiecta particularia, ad quae dirigitur virtus eius, esse plures eo modo quidem mathematici dicunt punctum in circulo, qui dicitur centro, esse unum in substantia et forma, non in quanto duo sunt, quia sic in se indivisibile est et non ex diversis compositum et hoc modo non discernit nisi unum, quod est medium circuli ... In quanto vero est unum in substantia et forma mediationis, fit iudicium unius et multorum unitorum uno quodam et simul. Unius enim totius circulationis iudicium est unum centrum, et multarum linearum aequalium est iudicium per unicam centri mediationem, eo quod illa causa universalis est omnis aequalitatis quae est in lineis ab eodem centro ad circumferentiam protractis."

 

"Noi affermiamo che il senso comune, nella sua essenza e forma, è uno e indivisibile. Ma in relazione alle sue facoltà, quando diretto a particolari oggetti di percezione, è più di uno. Allo stesso modo, come affermano i matematici, del punto di un cerchio - il suo centro - che è uno in sostanza e forma, perché è esso stesso indivisibile e non è composto da diverse parti, e così discerne una sola qualità, che è il centro del cerchio… Tuttavia, per quanto sia uno nella sua essenza e forma di mediazione, svolge la funzione di uno e di molti in una volta sola. Infatti solo un centro ha il potere di controllo sull’intera circonferenza e il controllo di molte linee uguali è la singola mediazione del centro. Questo costituisce una causa universale dell’equivalenza di tutte le linee che sono disegnate dallo stesso centro alla circonferenza16."

 

In realtà dalla fine del Tredicesimo secolo il senso comune era divenuto fermamente e largamente riconosciuto come analogo del punto centrale del cerchio e della relazione che il centro ha con i suoi raggi che nascono dalla circonferenza e terminano in esso e viceversa.

 

La dottrina del senso comune e il sottostante concetto di sinestesia, in pratica il concetto stesso della sua tradizione, cioè l’analogia tra il punto e il suo sviluppo nel centro del cerchio, può essere ben illustrato dalla cosiddetta Ruota dei cinque sensi, un dipinto murale medievale nella Torre di Longthorp scoperta circa cinquanta anni fa e che si dice sia stata dipinta prima del 1340.

 

 

Il dipinto17 raffigura un re in piedi dietro una ruota a cinque raggi che apparentemente tiene con la sua mano sinistra. La testa del re è girata verso la sua destra così sembra che stia guardando fuori dalla ruota attraverso una tela di ragno. Intorno alla ruota, dalla destra del re alla sua sinistra, nei punti in cui i raggi si legano al bordo, ci sono cinque animali: un ragno nella sua tela, un’aquila o un avvoltoio, una scimmia, un gallo, un cinghiale. Secondo un passaggio dal De Rerum Natura di Thomas di Cantimpré, ognuno dei cinque animali rappresenta un senso18.

Ora per il nostro scopo, questo dipinto può essere considerato come la prima conosciuta rappresentazione visiva19 delle connessioni tra i cinque sensi, sia in relazione al senso20 del tatto (scolasticamente riconosciuto come il senso più importante, quello in cui c’è il fondamento di tutti i sensi e il più vicino alla sorgente che è il senso comune) sia in relazione al re, che può essere considerato come la rappresentazione della ratio umana.

 

In quanto il processo della percezione è coinvolto, noi possiamo dire che ogni animale, considerato in se stesso, rappresenta il livello estetico o sensoriale. L’osservazione che nel dipinto i sensi siano legati al bordo è abbastanza significativa. I raggi possono rappresentare i canali sensoriali della percezione che conducono al centro, il perno della ruota, un punto inter-estetico dove la decodificazione e l’integrazione delle varie percezioni sensoriali hanno luogo. Quest’area è sotto il controllo del senso comune, che avvia la ratio e di qui l’intelletto, il significato congiunto di due o più percezioni sensoriali. Per la nostra discussione, quindi, possiamo chiamare il dipinto nella Torre di Longthorpe non soltanto la Ruota dei cinque sensi ma anche la Ruota Sinestetica21. (NOTES).

 

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STATUTO DELL'ASSOCIAZIONE

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Per me è quasi una concezione del mondo.

Il cinema è portatore di movimento.

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Il cinema demolisce l’estetica.

 Il cinema è audacia. Il cinema è un atleta.

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Vladimir Majakovskij

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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In redazione

L'AUDIZIONE COLORATA

di Alessandro Borreca

 

Anche i colori per me hanno un'altro significato. Hanno una voce, i colori, un suono, come tutte le cose. Un rumore che li distingue e che posso riconoscere. […] Ci sono colori che per me significano qualcosa per l'idea che contengono. Per il rumore dell'idea che contengono. Il verde, per esempio, con quella erre raschiante, che gratta in mezzo e prude e scortica la pelle, è il colore di una cosa che brucia, come il sole”.

 

Ad una prima lettura queste parole ci possono apparire ostiche, se non incomprensibili. Ma questa è l’”esperienza visiva” di un giovane ragazzo cieco, protagonista del libro “Almost blue” di Carlo Lucarelli, che assegna un colore ad ogni suono, voce e sentimento.

 

È un processo complesso quanto misterioso, definito scientificamente audizione colorata e che, ad esempio, il Professore Tonino Tornitore, ordinario dell’università degli studi di Salerno, spiega come “L’attitudine che avrebbero alcuni individui di colorare suoni (specialmente alfabetici)”

 

Ma come nasce l’audizione colorata? Come può essere definita? Chi ne è affetto?

Innanzitutto l’A.C. (per brevità - audizione colorata) è un fenomeno che si ritiene posseduto da tutti in qualche misura (pensiamo a un suono basso e intenso associato ad un colore scuro e viceversa) ma ben lontano dalla patologia. Qualità o fenomeno che dir si voglia, la scienza medica - pur con le dovute attenuanti - ha riconosciuto l’esistenza dell’A. C. anche se non l’ha ancora definita con chiarezza.

Infatti l’audizione colorata e la sinestesia in generale, cioè quella facoltà di percepire due sensazioni diverse ad un solo stimolo esterno, sono entrambi fenomeni che compaiono normalmente in alcune fasi di crescita dell’individuo. Secondo Daniel Stern, neuropsichiatra infantile, la sinestesia è una condizione presente normalmente nei bambini molto piccoli che hanno la capacità di integrare diversi stimoli sensoriali in base a qualità comuni a tutti i sensi come l’intensità, la forma, la scansione temporale, il movimento e il numero. Questi sintomi fanno inoltre seguito a patologie neurologiche e psichiatriche, tumori cerebrali, malattie del nervo ottico, forti depressioni, soprattutto se indotti dall’uso e dall’abuso di sostanze allucinogene come LSD e hashish.

L’audizione colorata può però presentarsi in alcuni individui anche senza una sintomatologia precisa: gli ultimi studi pubblicati dall’American Synaesthesia Association vedono, in percentuale, una persona su tremila affetta da sinestesia (e audizione colorata).

Le cause di questo fenomeno sono ancora inspiegabili: le teorie neurologiche e psicologiche sono moltissime, anche perché non esiste ancora una teoria convincente sul funzionamento del cervello umano. Si passa infatti dall’ipotesi che la sinestesia, e quindi l’ A.C., sia causata dalla riattivazione di un livello più primitivo del cervello, all’idea di Ruggero Pierantoni in merito a un sistema cerebrale formato da una rete dove tutto è messo in comunicazione; fino alla teoria di Marks secondo la quale l’uomo è dotato di una “centralina d’interconnessione tra i sensi” che si attiverebbe solo nell’infanzia nella maggior parte degli individui. Da non trascurare poi le teorie di Bleuler, Lehmann, Flournoy e Calkins intese ad affermare che il fattore è prevalentemente emozionale e, in ultimo, la teoria neurofisiologica di Cytowič, secondo la quale la sinestesia e dunque anche l’Audizione Colorata, si svilupperebbe nel sistema limbico. Il sistema libico (il primitivo cervello umano in cui si pensa che in esso risiedano le emozioni) è una regione del cervello poco utilizzata e ha costituito nei primi mammiferi il primitivo centro di convergenza delle informazioni sensoriali ed ora, in alcuni individui, mantiene uno scambio con la corteccia cerebrale. Gli studi medici non ci permettono quindi attualmente di fornire una definizione o una teoria sicure. È forse lapalissiano che l’uomo, per sua natura dotato di riflessione, ha sempre avuto innata la volontà di dare un’interpretazione al mondo che lo circonda, spesso mettendo in relazione i fenomeni naturali con altre conoscenze, alla ricerca di una spiegazione in qualche modo analizzabile.

 

I primi a mettere in connessione suono e colore furono sicuramente i Persiani che trovarono corrispondenze tra le note musicali e i colori.

A loro seguirono i filosofi greci attraverso Aristotele e Pitagora: il primo nella sua opera Del senso e dei sensibili (350 a.C.) affermò l’esistenza di fenomeni e oggetti che potevano essere percepiti da più sensi. Il secondo definì la musica come “l’armonia dell’universo”: infatti il nucleo dei suoi studi verteva intorno alla possibilità di ridurre tutta la realtà alla matematica, chiamata “cosmologia”, una scienza secondo lui in grado di mettere in relazione gli astri, i tempi di gestazione (fecondazioni e nascite), il tempo atmosferico ai numeri e alla musica, poiché le note erano (e sono tutt’ora) riconducibili a rapporti matematici.

 Archita di Taranto, matematico e filosofo greco, nel 400 a.C. circa, introdusse in Grecia la scala cromatica: essa comprendeva 12 note ed era complemento delle due scale principali, cioè la diatonica (che abitualmente usiamo) e la enarmonica, costituita da quarti di tono.

 

In seguito ci fu una sorta di “buio” sull’argomento fino al 1492, quando Franchino Gaffurio, teorico musicale e compositore, nel suo libro Teorica musicae, inventò una possibilità di colorazione per le scale dei greci. Poi Giuseppe Arcimboldi, pittore, tra il 1576 e il 1587 elaborò una scrittura in cui le note erano rappresentate da colori: una trasposizione della musica in valori visivi di pittura. Ogni colore rappresentava una linea melodica vocale della composizione e quindi la sua varietà cromatica dipendeva dalla struttura polifonica musicale. Infatti se la voce era unica la partitura presentava un unico colore, al progredire del numero delle voci si arricchiva l’aspetto cromatico: al basso era associato il colore bianco e andando verso le voci più acute si accostavano poi il giallo, il verde, l’azzurro, il morello e il tané. È però insolito il fatto che Arcimboldi assegni ai suoni gravi colori più chiari e agli acuti più scuri.

La storia continua con il gesuita Athanasius Kircher, il quale nel 1646 sviluppò un sistema di corrispondenza tra gli intervalli musicali e i colori, così come poi fece Marin Cureau de la Chambre. Tutti questi scienziati e studiosi di basavano sul principio aristotelico del sensorio comune.

Nel 1704 Sir Isaac Newton, nel suo trattato Opticks, fu il primo che pubblicò un parallelismo tra i colori dello spettro e le note della scala musicale.

Egli rappresentò graficamente lo spettro con un cerchio e M lo divise in sette colori: le corrispondenze matematiche tra questi e le scale musicali erano i medesimi. Infatti il rosso era tonico, l’arancio era una terza minore, il giallo la quarta, il verde la quinta, il blu la sesta maggiore. L’indaco la settima e il viola l’ottava.

Molti in seguito si ispirarono ai suoi studi e proposero il proprio schema di corrispondenza, in accordo o in contrasto a quello di Newton: David Gottlob Diez, Lorenz Cristoph Mizler e infine Louis Bertrand Castel, matematico e fisico.

Quest’ultimo non si limitò a seguire le gesta del suo predecessore ma creò nel dicembre del 1734 un clavecin oculaire: era una struttura di due metri quadrati sopra un normale arpicordo. Essa conteneva delle piccole finestrelle, ognuna con un vetro colorato e una piccola tenda che, premuto il tasto corrispondente sulla tastiera, si spostava, lasciando osservare ai presenti una luce del colore del vetro. Molti furono colpiti, alcuni scandalizzati, dall’idea di Castel di tradurre il suono in colori, tra cui il poeta Giacomo Leopardi, molti altri invece vi videro una strada possibile per il futuro.

Ad esempio Françoise Sudre, che nel 1862 inventò il “Solresol”, innovò un linguaggio universale con le sette figure musicali. Colui che però si ispirò a tal punto da scrivere un’opera da realizzare con il clavecin fu Alexander Skrjabin.

Nella mente del compositore e musicista russo, imperniata da conoscenze e ideologie schopenauriane e nietzschiane, vigeva il concetto di estasi, uno stadio di felicità a cui il filosofo-musico-poeta doveva assurgere per salvare la popolazione dalla mediocrità dell’esistenza. A questo si aggiunse l’idea, presa dai simbolisti russi, che la realtà esterna fosse la proiezione della nostra interiorità e l’opera d’arte, in quanto simbolo, assumeva la funzione di svelare la realtà più profonda di noi stessi. L’arte e l’artista erano un mezzo medianico di conoscenza ed era fondamentale intrecciare e fondere musica, poesia e pittura. Nella sua opera, Prometeus, a poem of fire op. 60 (1910), Skrjabin aggiunse una nuova idea: la concezione spaziale della musica. Egli infatti incluse la volontà di rappresentare visivamente i suoni, tanto che la sua opera può essere definita una vera e propria sinfonia cromatica: l’intenzione del compositore era di riempire la sala dell’esecuzione di luce e colori, assegnati ad ogni nota e accordo. Gli spettatori, come i coristi dovevano essere vestiti di bianco, quindi sarebbero diventati parte integrante della Sinfonia.

La concezione spaziale non era altro, per lui, che un approfondimento della traduzione di un fenomeno esclusivamente temporale, come la musica, in scrittura e in opera visiva: gli spartiti erano solo l’inizio del viaggio verso la possibilità di “vedere” la musica. Per la realizzazione dell’opera cromatica, Skrjabin chiese la collaborazione di Alexander Rimington, altri dicono Alexander Mozer: sta di fatto che entrambi realizzarono una sorta di clavicembalo oculare del tutto simile a quello di Castel.

Non è da dimenticare poi un altro importantissimo autore che fece del colore la “sua musica”: parlo di Vasilij Kandinskij, nato a Mosca nel 1866. Considerato l’iniziatore della corrente astrattista, nel 1911 entrò in contatto col compositore Arnold Schönberg e nello stesso anno si inaugurò la prima mostra del suo “Cavaliere Azzurro”, corrente che comprese i giovani Franz Marc, Robert Delaunay e Paul Klee. Con loro Kandinskij avrebbe cominciato a sviluppare il concetto dell’opera d’arte intesa in senso spirituale, che ne Lo spirituale dell’arte avrebbe visto il suo apogeo: nel trattato ivi contenuto, titolato Il linguaggio dei colori, incuriosito dall’esperimento di Skrjabin, il pittore associò ad ogni strumento dell’orchestra classica un colore. Quindi anche Kandinskij era interessato a creare un rapporto simile tra musica dei suoni e musica dei colori.

I suoi quadri dovevano essere del tutto simili alle opere sinfoniche del musicista: diede ad esse i titoli di “composizioni”, “improvvisazioni” e “impressioni”.

I colori, che erano concepiti in maniera assolutamente soggettiva, come le note per il musicista, rappresentavano gli strumenti con cui Kandinskij componeva. Mescolandosi, essi diventavano accordi cromatici e sinfonie.

Da non trascurare è anche la sua opera Il suono Giallo del 1909, una fiaba-balletto di forme e colori: i personaggi della storia non rappresentavano forme umane ma erano importanti come forme colorate. Anche Schönberg si dedicò al rapporto tra colori e suoni: musicista, dopo aver composto alcune sinfonie, si occupò di pittura. Nel 1913 scrisse La mano Felice, con l’intenzione di “fare musica con i mezzi della scena”: l’azione drammaturgica non nasceva solo dai gesti, dal movimento e dalla musica ma anche dai colori e dalla luce. Questi definiscono, insieme alla musica, i personaggi e la situazione drammatica in cui sono collocati. L’opera fu definita “melodia dei timbri” perché ad ogni frase musicale era assegnato un colore: lo scopo era dunque di suscitare con forme e colori sensazioni analoghe ai suoni. Dagli anni trenta del ‘900, l’audizione colorata ha preso piede in tutto il mondo.

 

Mi limito a fare un breve elenco degli esperimenti perché sarà interessante concentrarsi sulle innovazioni nel cinema d’animazione: Thomas Wilfred inventò Lumia, flussi polimorfi di colore, racchiusi in una teca di vetro che cambiavano lentamente, dando origine a sinfonie cromatiche; vi fu poi il Sarabet di Mary Hallock Greenwalt, una macchina che registrava l’intensità e lo schieramento di svariati colori durante una composizione musicale.

Ci fu ancora il Cromatofono progettato dal conte austriaco Vietinghoff-Scheel e L’orchestra cromofonica, di Charles Blanc-Gatti, uno strumento quest’ultimo che eguagliava le frequenze delle vibrazioni del suono e del colore e le proiettava su uno schermo.

Nel 1938 Blanc-Gatti realizzò il suo primo film d’animazione, intitolato Cromophonie.

Anche il pittore Léopold Survage ebbe l’idea di una pittura in movimento o meglio di un movimento di forme colorate ottenuto grazie alla successione di dipinti ripresi uno per uno. Gli altri esperimenti sono di Sir Arthur Bliss, con la Colour Simphony, Alexander Làszlò, Morgan Russell e Stanton Macdonald Wright. Infine Luigi Veronesi negli anni ‘70 cercò una corrispondenza di linguaggi tra musica e colore: la trovò eguagliando i due fenomeni vibratori.

 

Per quanto concerne l’animazione, i primi a fare sinfonie visive con i colori furono i fratelli italiani Ginna e Corra (Arnaldo e Bruno Ginanni Corradini): il punto di partenza era che il quadro astratto doveva essere superato al fine di riunire la pittura (dimensione spaziale) e la musica (dimensione temporale). Il primo esperimento fu la creazione di un sorta di clavicembalo con lampade elettriche del tutto simile a quello di Castel.

Non essendo soddisfatti, i due fratelli si orientarono verso il cinematografo.

Presero della pellicola e, sfruttando il fenomeno della persistenza delle immagini sulla retina, crearono delle vere e proprie sinfonie di colori: i risultati furono lo svolgimento tematico di un accordo di colore tolto da un quadro di Segantini, una riduzione del Canto di primavera di Mendelsson, una traduzione in colori della poesia di Mallarmé Les Fleurs e due corti intitolati La danza e L’arcobaleno, purtroppo andati perduti. Anche l’animatore, scultore e inventore neozelandese Len Lye si dedicò totalmente, per un parte della sua vita alle sinfonie dei colori: fortemente influenzato dalle culture delle popolazioni tribali, la sua idea era di trovare un linguaggio universale che racchiudesse le radici culturali di tutte le popolazioni. Lo trovò nel linguaggio dei colori, che a suo parere poteva contenere e comunicare tutti i sentimenti e le pulsioni dell’uomo. Realizzò i suoi corti (pubblicitari) che esprimono ancora oggi in maniera viva e ottimistica questa concezione: Colour box (1935), Rainbow dance (1936), Trade Tattoo (1937) e Colour Flight (1938). La musica jazz vista, come il colore, in grado di sublimare le pulsioni, accompagnava tutti questi film: tinte e forme colorate danzano al ritmo di jazz in tutti questi film, costituendo una vera e propria coreografia cromatica in totale accordo con la musica e formando con essa qualcosa di nuovo, che riusciva a dire di più della musica e dei colori presi singolarmente.

 

Un altro grande animatore, forse uno dei più grandi mai esistiti, è stato Norman McLaren.

Scozzese di nascita, si trasferì a Londra, poi in USA, infine in Canada, dove fondò nel 1941 insieme al suo produttore la sezione “animazione” al National Film Board. Il suo interesse per la musica fu sempre vivo e forte e fu espressione della ricerca di una “musica dei colori”: egli pensava che la pittura fosse stato superata dal cinema. Ispirandosi a Castel e all’opera Colour music di Adrian Bernard Klein, McLaren cominciò a lavorare nella costruzione di film d’animazione, disegnando direttamente su pellicola. In seguito agli esperimenti di Rudolph Pfenniger sulla “scrittura sonora”, di Avzaamov e di Lazlo Moholy Nagy - che scrivevano nella banda sonora della pellicola - McLaren decise di crearne di suoi, generando suoni sintetici e agendo sempre sulla banda sonora della pellicola positiva: la pittura direttamente sulla pellicola positiva, incisioni sulla pellicola negativa, tessere geometriche fotografate. Realizzò Begone Dull Care nel 1949, Blinkity Blank nel 1955 e infine Synchromy nel 1971.

 

Il primo accompagna tramite forme astratte un brano jazz composto dal Trio Oscar Peterson: diviso in tre parti e ispirato al film Diagonal Symphony di Viking Eggeling del 1924, l’accordanza tra suono e immagine è molto studiata, fin nei minimi particolari. Per Blinkity Blank ha invece utilizzato suoni sintetici, ottenuti incidendo la banda sonora della pellicola, mescolati a suoni prodotti da strumenti. Per Giannalberto Bendazzi, professore di cinema d’animazione dell’Università degli studi di Milano, il film rappresenta “un brano di jazz visuale, quale prima non era stato ipotizzato” (Bendazzi, 1992).

 

Synchromy invece rappresenta la summa dell’animatore canadese: l’autore ha composto la colonna sonora con un pianoforte e ha tradotto le note in tessere geometriche che, lette dall’occhio fotoelettrico del proiettore, emettevano dei suoni. Ha poi riproposto le stesse tessere nella banda visiva, colorandole con tinte in accordo alle note, realizzando una sinestesia perfetta tra suono e immagine: in sostanza ciò che sentiamo è ciò che vediamo.

 

L’audizione colorata ha dunque invaso sottilmente tutti i campi e in nessuno si può dire che abbia realizzato davvero ciò a cui aspirava: gli esperimenti si susseguono e si perfezionano, le associazioni s’intersecano, ma il tutto è sempre piuttosto impalpabile…

Una cosa che però potremmo cercare di fare per cogliere il fascino delle sperimentazioni è annotare le differenze e le analogie e magari chiederci di  che colore è  un “do”… 

 

 

 

 

 

 

 

 

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